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Una meditazione sul lutto ecologico, la violenza, la finitezza, l’arte come resistenza e la possibilità di una speranza.
Cosa può fare la letteratura in un mondo frammentato dalla crisi ecologica, dalla decomposizione della democrazia e dalla perdita di senso?
In una New York oscura, ancora scossa dalla pandemia e sotto lo spettro del nuovo autoritarismo di Trump, uno scrittore riceve l’incarico di scrivere la biografia di Benjamin Fondane, poeta e cineasta francese di origine rumena, testimone del surrealismo parigino, autore di un film maledetto a Buenos Aires e assassinato ad Auschwitz. Ma il progetto si interrompe. Una malattia, un lutto e un evento devastante aprono una crepa da cui filtrano il passato familiare, la scomparsa di un paesaggio, le rovine del secolo e il ricordo di una volpe il cui sguardo rivelò un dono straordinario a suo nonno immigrato in Argentina.
In tutto c’è una crepa e da essa entra la luce è un romanzo mutante, a metà strada tra saggio, autobiografia, biografia apocrifa e trattato filosofico; un testo attraversato da note che lo espandono, un testo che si interroga su come vivere oggi e come scrivere in mezzo al collasso. È, inoltre, un’elegia per un mondo che crolla, il mondo fisico, ma anche quello simbolico e morale. Ed è un tentativo ambizioso, disperato, necessario, di restituirgli un senso, attraverso l’immaginazione, la creazione artistica e l’attenzione di cui parlava Simone Weil.
Una meditazione sulla finitezza, il lutto ecologico, la violenza visibile e invisibile, l’arte come resistenza e la possibilità di una speranza. Con echi di W. G. Sebald, Sigrid Nunez, Zadie Smith, Annie Dillard o Rachel Cusk, questo libro conferma Patricio Pron come uno degli narratori più singolari e audaci della sua generazione: radicale, elegante, feroce e malinconico. Uno scrittore che trasforma la desolazione in pensiero vivo e la narrazione in un’emozione luminosa e memorabile.